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	<title>Fucinaweb &#187; Content Management</title>
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	<description>Web project management in azione</description>
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		<title>Presentazioni che funzionano</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2009 18:10:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Suggerimenti per realizzare una presentazione che si ricordi tratti dall'esperienza a Better Software]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono davvero contento che la mia presentazione <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/project-management-20/">Project Management 2.0</a> a Better Software <a href="http://www.bettersoftware.it/blog/2009/06/01/i-5-talk-piu-votati-della-conferenza">abbia riscosso diverse preferenze</a>.</p>
<p>Già nel corso della conferenza, e i giorni successivi via email, mi è stato chiesto di <strong>condividere i passi che ne hanno portato alla realizzazione</strong>.</p>
<p><a href="http://www.fucinaweb.com/fw/progettare-una-presentazione/">Ho già scritto</a> a proposito delle fonti (tra cui spiccano Slide:ology e Presentation Zen, solo per citare i testi più recenti). Qui ne riporto altre e entro nel dettaglio della progettazione.</p>
<h3>Il progetto</h3>
<p>In accordo con gli organizzatori ho pensato di realizzare una presentazione di <strong>unione tra i temi delle tecnologie sociali</strong> (chiamiamolo web 2.0) <strong>e le metodologie agili</strong>, i due macroargomenti in cui sono state divise le giornate di <a href="http://www.bettersoftware.it">Better Software</a>.</p>
<p>Come può muoversi e progredire un project manager in questi contesti? Il tema dell&#8217;intervento, &#8220;Project Management 2.0&#8243;, non riflette in realtà quello che molti pensano dell&#8217;evoluzione del project management (compresa <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Project_management_2.0">la carente definizione data da Wikipedia</a>), ovvero che si tratti di un spostamento verso l&#8217;aspetto sociale grazie all&#8217;introduzione di strumenti di collaborazione in ambito web.</p>
<p>Gli strumenti sono importanti ma, come ho avuto modo di ripetere più volte nell&#8217;intervento, <strong>il carattere sociale e di collaborazione del project management nasce insieme al concetto stesso di project management</strong>. Questo modo di intendere il project management è però mutato nel corso degli anni, così da diventare una professione che premia controllo e revisione piuttosto che facilitare la collaborazione e la comunicazione. Nella presentazione auspico allora, in qualche modo, un &#8220;ritorno alle origini&#8221;.</p>
<p>Per non rimanere troppo sul generico non manca comunque una panoramica su alcuni strumenti che facilitano il lavoro di squadra, come i software di project planner e i time tracking.</p>
<h3>Selezione dei contenuti</h3>
<p>Le argomentazioni possibili intorno a un concetto importante come quello dell&#8217;evoluzione del project management sono le più svariate, ma d&#8217;altro canto il tempo a disposizione per la presentazione rappresenta un vincolo che non va superato (35 minuti sui 45 a disposizione).</p>
<p>Per facilitare la fase di selezione <strong>ho realizzato una </strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Mind_map"><strong>mappa mentale</strong></a><strong> in cui ho scomposto le risorse raccolte ormai da qualche anno</strong> (soprattutto in delicious con tag <a href="http://delicious.com/TheBigFox/projectmanagement">projectmanagement</a>).</p>
<p>La prima mappa mentale è composta unicamente da due livelli: project management &#8220;vecchia scuola&#8221; e project management 2.0.  Dopo aver isolato un numero consistente di elementi li ho organizzati in macro aree e, dove necessario, anche in altri livelli.</p>
<p>Per la stesura della mappa mentale ho usato l&#8217;ottimo software opensource <a href="http://freemind.sourceforge.net/wiki/index.php/Main_Page">FreeMind</a>.</p>
<p>Da qui è iniziata la fase di selezione, cioè di <strong>rinuncia degli argomenti sicuramente interessanti, ma non prioritari</strong> oppure troppo impegnativi per essere affrontati in poco tempo.</p>
<p>Ho poi notato la possibilità di creare dei collegamenti con alcuni testi, in particolare <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/The_Wisdom_of_Crowds">The Wisdom of Crowds</a> di James Surowiecki e <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Peopleware">Peopleware</a> di Tom De Marco e Timothy Lister.</p>
<p>Poiché realizzo mappe mentali di riassunto per i testi importanti (e questi lo sono), ho avuto la possibilità di lavorare con 3 mappe mentali. Le ho letteralmente stampate e appese alla parete, cercando di evidenziare le corrispondenze tra i diversi nodi.</p>
<h3>La struttura della presentazione</h3>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1393" title="Post-it" src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2009/05/img_2352.jpg" alt="Post-it" width="400" height="300" />Ho a questo punto abbandonato il computer per lavorare con la carta o, meglio, con i post-it, come egregiamente suggerito da Garr Reynolds in <a href="http://www.presentationzen.com/">Presentation Zen</a>. <strong>Ciascun nodo della mappa mentale è diventato un foglietto che ho posizionato in ordine sparso su una parete.</strong></p>
<p>Da qui ho cercato di strutturare il filo logico della narrazione, procedendo dalla vecchia concezione di intendere il project management, a quello che ho chiamato project management 2.0. Sono soddisfatto di aver usato carta e penna al posto del computer e consiglio caldamente di fare lo stesso perché è normale cambiare idea diverse volte e nulla è più semplice di spostare qualche post-it.</p>
<p>Al termine di questa fase mi era chiara la progressione della presentazione e il numero indicativo di slide. Ancora prima di far partire alcun programma ho quindi verificato, grazie all&#8217;aiuto di amici e colleghi, un esempio di narrazione per capire se il tutto potesse quadrare.</p>
<h3>Comporre la presentazione</h3>
<p>Ho cominciato a realizzare le slide in <a href="http://www.apple.com/iwork/keynote/">Keynote</a> quando ormai la struttura macro e micro erano decise. Mi sono comunque dato qualche obiettivo riguardante l&#8217;aspetto grafico:</p>
<ul>
<li><strong>slide come supporto alla narrazione</strong>, con immagini a schermo intero senza testo (portando ancora più all&#8217;estremo i consigli di Slide:ology e Presentation Zen)</li>
<li><strong>rinu</strong><strong>ncia a immagini riguardanti il mondo dell&#8217;informatica</strong>, se non per screenshot e screencast</li>
<li><strong>ritmo incalzante</strong> di presentazione, con quasi 100 slide per 30 minuti</li>
</ul>
<h3>Testi di riferimento</h3>
<p><img class="size-full wp-image-1398 alignleft" title="Microsoft project crea un'elevata dipendenza, non iniziare" src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2009/05/pm-2.png" alt="Microsoft project crea un'elevata dipendenza, non iniziare" width="400" height="300" />Chi ha assistito o <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/project-management-20/">ha visto la presentazione su Fucinaweb</a> l&#8217;ha definita un intervento in stile &#8220;Presentazion Zen&#8221; o &#8220;Slide:ology&#8221; e questo è vero, visto che entrambi sono testi che ho letto e apprezzato.</p>
<p><strong>Ma il testo che più mi è stato di aiuto e di ispirazione è stato forse </strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Made_to_Stick"><strong>Made to stick</strong></a><strong> dei fratelli Heath</strong>. Il libro suggerisce alcuni principi per comunicare idee che rimangano impresse e provochino una qualche forma di reazione.</p>
<p>In breve le caratteristiche sono: semplicità, imprevedibilità, concretezza, credibilità, emozione, narrazione (in inglese le iniziali formano la parola &#8220;succes&#8221;).</p>
<p>Ho cercato di fare miei questi concetti e di diffonderli un poco nella presentazione, riuscendoci forse in parte:</p>
<h4>Semplicità</h4>
<p>Ho selezionato <strong>un solo concetto principale</strong> che fa da motivo a tutta la presentazione: il project management è una disciplina che funziona solo se il team è messo in condizione di condividere problematiche e successi.</p>
<h4>Imprevedibilità</h4>
<p>Come ultimo speaker di un&#8217;intensa giornata  ho cercato di proporre <strong>qualche momento irriverente</strong>, come il paragone tra le avvertenze che si trovano sui pacchetti di sigarette e il project management. Altro momento di imprevedibilità è scoprire che di &#8220;project management 2.0&#8243; si parla in realtà già da metà anni &#8217;80.</p>
<h4>Concretezza</h4>
<p>Nella seconda parte dell&#8217;intervento ho presentato alcuni prodotti che possono aiutare il project manager a facilitare la condivisione di informazioni con il team.</p>
<h4>Credibilità</h4>
<p>Mi sono affidato, oltre che all&#8217;esperienza, anche ad alcuni testi che ho elencato nella presentazione, come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_struttura_delle_rivoluzioni_scientifiche">La struttura delle rivoluzioni scientifiche</a> di Kuhn e i già citati Peopleware e The wisdom of crowds.</p>
<h4>Emozione</h4>
<p>Non ho voluto inserire nella presentazione alcuna foto di computer, rete o ufficio. Sarebbe stato più semplice, ma ho preferito lavorare con analogie prese dalla vita di tutti i giorni e alcune volte con situazioni portate all&#8217;estremo.</p>
<h4>Narrazione</h4>
<p>La presentazione inizia con una foto dalla mia scuola superiore, prosegue con la gita a Firenze in quarta liceo per conludersi agli Uffizi. Si intrecciano in realtà altre storie, come quella relativa alla rivoluzione copernicana e al tragico rientro dello <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Space_Shuttle_Columbia">Space Shuttle Columbia</a>.</p>
<h3>Foto e immagini</h3>
<p>La presentazione contiene pochissimo testo, ma <strong>quasi un centinaio di immagini e foto</strong>. La quasi totalità proviene da <a href="http://www.flickr.com/">Flickr</a> e sono rilasciate sotto licenza Creative Commons (argomento di cui <a href="http://daggle.com/flickr-fail-on-creative-commons-attribution-691">tanto si potrebbe discutere</a>).</p>
<p>Flickr è un mare magnum e se è vero che vi si trova di tutto, può essere difficile riuscire a limitare la ricerca ai risultati di vero interesse.</p>
<p>Ho però trovato un metodo di lavoro che nel mio caso ha funzionato molto bene. Ho compiuto una prima ricerca immagini con <a href="http://www.istockphoto.com/index.php">iStockPhoto</a> secondo i termini che mi sembravano più consoni. Qui ho individuato un insieme di immagini di interesse. iStochPhoto, come tutti i servizi professionali di acquisto foto, eccelle nella catalogazione. Grazie alle parole chiave con cui sono descritte le foto sono riuscito in tempi breve a trovare &#8211; quasi sempre &#8211; delle valide alternative in Flickr, che ho quindi usato.</p>
<p>Solo in taluni casi, parlo di 4 foto su 100, ho acquistato il materiale su iStockPhoto.</p>
<h3>Strumenti</h3>
<p>Ho realizzato gli screencast per le prove degli strumenti utilizzando <a href="http://www.telestream.net/screen-flow/overview.htm">ScreenFlow</a> di Telestream. E&#8217; uno strumento davvero facile da impiegare, che non compete sicuramente con prodotti blasonati per PC quali Camtasia, ma che per screencast di media complessità si comporta egregiamente. Le uniche pecche sono date dalle limitate possibilità di editing a seguito delle registrazione, soprattutto dopo aver effettuato dei tagli nella narrazione.</p>
<p>(Ho potuto verificare come Screenflow sia anche un ottimo strumento per effettuare <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Usability_testing">test di usabilità</a> di un software o di un sito. Su questo argomento mi piacerebbe ritornare in futuro.)</p>
<h3>Tempo</h3>
<p><strong>80 ore</strong>. E&#8217; il tempo che ho impiegato per la scelta del materiale, costruzione delle mappe mentali, definizione della presentazione, scelta iconografica, test. Due settimane di lavoro non sono propriamente poco tempo. Eppure stando a quanto riporta Nancy Duarte in Slide:ology, il tempo richiesto per una presentazione che si rispetti è solitamente compreso tra 36 e 90 ore. Ricordo di aver pensato a un&#8217;esagerazione quando l&#8217;ho letto, ma evidentemente sbagliavo.</p>
<p>Ho tenuto traccia dei tempi utilizzando un prodotto di time tracking di cui parlo nella presentazione, <a href="http://www.paymo.biz">Paymo</a>.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le Web &#8217;08 e Fucinaweb in inglese</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 11:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come ormai da tradizione la prossima settimana sarò a Parigi per Le Web &#8217;08 (precedentemente noto come Le Web 3), uno degli eventi principe dedicati all&#8217;imprenditoria web in Europa. Conto di pubblicare i principali interventi che si svolgeranno nei due giorni della manifestazione come è successo l&#8217;anno scorso e soprattutto nel 2006. Non li scriverò però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come ormai da tradizione la prossima settimana sarò a Parigi per <a href="http://www.lewebparis.com/">Le Web &#8217;08</a> (precedentemente noto come Le Web 3), uno degli eventi principe dedicati all&#8217;imprenditoria web in Europa.</p>
<p>Conto di pubblicare i principali interventi che si svolgeranno nei due giorni della manifestazione come è successo <a title="Tutti gli interventi da Le Web 3" href="http://www.fucinaweb.com/fw/tag/leweb3/">l&#8217;anno scorso e soprattutto nel 2006</a>. Non li scriverò però in Fucinaweb o, meglio, non li scriverò per la versione italiana di Fucinaweb.</p>
<p>Da pochi giorni sto approntando una versione di Fucinaweb in inglese, accessibile fin da adesso all&#8217;indirizzo <a title="Fucinaweb in English" href="http://www.fucinaweb.com/en/">http://www.fucinaweb.com/en/</a>.</p>
<p>Su questo sito ho intenzione di pubblicare gli interventi che a volte mi capita di scrivere in inglese. Non si tratta di una traduzione dei contenuti di Fucinaweb, anche se qualche articolo introduttivo che ho scritto a proposito del web project management farà la sua comparsa, ma di contenuti in lingua inglese che nella maggioranza dei casi non avranno il corrispettivo in italiano.</p>
<p>Il motivo per cui ho cominciato a scrivere in inglese non ha a che fare con il masochismo, visto che non posso dire di conoscere questa lingua a menadito (troverete di sicuro un sacco di errori più o meno gravi). Mi sono però accorto che, soprattutto alle conferenze, dedico troppo tempo alla traduzione in italiano dei diversi interventi e alla successiva revisione, sottraendo tempo prezioso a un&#8217;attività fondamentale per questo tipo di eventi, cioè la relazione con gli altri partecipanti. Preferisco a questo punto consolidare gli appunti alla conclusione della presentazione e mandare subito tutto online.</p>
<p>Già al recente Web 2.0 Expo di Berlino <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/tag/web2expoeu08/">gli interventi che ho pubblicato in Fucinaweb erano in inglese</a>. Non mi piace però mischiare le carte e quindi le lingue nello stesso sito. Non è detto che un lettore di Fucinaweb si trovi a suo agio con l&#8217;inglese (e quindi sia interessato a questo tipo di contenuti) e vorrei inoltre che eventuali lettori non italiani possano commentare o discutere di fronte a un&#8217;interfaccia nella stessa lingua degli interventi. Mi capita anche di ricevere richieste per la versione inglese da parte degli autori di alcuni libri che ho recensito e che gradirebbo capire quale sia stato il mio giudizio. Per questo ho intenzione di scrivere alcune recensioni direttamente in lingua inglese.</p>
<p>La versione inglese di Fucinaweb è ospitata da una diversa istanza di <a href="http://www.wordpress.org">WordPress</a> installata in una cartella dedicata. Esistono in realtà plugin per la gestione multilingua di WordPress, tra cui l&#8217;eccellente <a href="http://wordpress.org/extend/plugins/gengo/">Gengo</a> (grazie a <a href="http://www.forin.it">Paolo</a> per la segnalazione). Alla fine non ho seguito questa strada perché si tratta di soluzioni alquanto invasive e che al minimo aggiornamento di WordPress o di altri plugin rischiano di non funzionare più correttamente.</p>
<p>Se leggiucchiate l&#8217;inglese vi suggerisco di <a href="http://www.fucinaweb.com/en/feed/">iscrivervi al feed di Fucinaweb in inglese</a>. Riceverete l&#8217;elenco di tutti i miei interventi dalle conferenze e anche diversi contenuti originali (alcuni già online, tra cui <a href="http://www.fucinaweb.com/en/">la recensione dell&#8217;ottimo Web Form Design</a> di Luke Wroblewski).</p>
<p>Se invece l&#8217;inglese non vi va a genio, o semplicemente preferite non aggiungere un altro sito alla lista dei feed, al mio ritorno dalle conferenze scriverò probabilmente un breve riassunto in italiano con i passaggi più significativi.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Expo hall &#8211; Web 2.0 Expo Berlin</title>
		<link>http://www.fucinaweb.com/fw/expo-hall-web-20-expo-berlin/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 18:48:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Of all the speakers (among them Tim O&#8217;Reilly and Martin Varsavsky) the only panel to note was the one by Leisa Reichelt, &#8220;Redesigning drupal.org&#8221;. Drupal.org is the community site of the opensource CMS and social networking software Drupal. The site has 720.000 unique visitors, 300.000 users, 300 new users per day. The discussion focused on [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Of all the speakers (among them Tim O&#8217;Reilly and Martin Varsavsky) the only panel to note was the one by Leisa Reichelt, &#8220;Redesigning drupal.org&#8221;.</p>
<p>Drupal.org is the community site of the opensource CMS and social networking software Drupal. The site has 720.000 unique visitors, 300.000 users, 300 new users per day.</p>
<p>The discussion focused on how to redesign the home of such an active, engaged community and, in general, how do we design in an open source way.</p>
<h3>Design by and with the community</h3>
<ul>
<li>recruiting participation with Google Apps forms</li>
<li>openly blogging the process and asking questions</li>
<li>engaging with existing community infrastructure</li>
<li>crowdsourcing design (wireframes) &#8211; eg a flickr group where to put wireframes</li>
<li>online card sorting (information architecture)</li>
<li>recruit more participation (search.twitter.com)</li>
<li>lightweight communication with community via twitter</li>
<li>knowledge sharing and empowering &#8211; wiki &#8211; crowdsourcing usability testing</li>
<li>rapid, iterative, rapid prototyiping</li>
</ul>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="390" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://blip.tv/play/AdXtBIa8DQ" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="390" src="http://blip.tv/play/AdXtBIa8DQ"></embed></object></p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>URL per i comuni mortali</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Aug 2008 15:07:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho acquistato qualche giorno fa una copia del settimanale tedesco Der Spiegel. In copertina si parla di internet. &#8220;Macht Das Internet Doof?&#8221; cioè &#8220;Internet rende stupidi?&#8221;, in riferimento all&#8217;articolo di Nicholas Carr &#8220;Is Google Making Us Stupid?&#8221; pubblicato da The Atlantic e di cui tanto si è discusso. Non è stato il contenuto ad aver [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho acquistato qualche giorno fa una copia del settimanale tedesco <a href="http://www.spiegel.de/">Der Spiegel</a>. In copertina si parla di internet. &#8220;Macht Das Internet Doof?&#8221; cioè &#8220;Internet rende stupidi?&#8221;, in riferimento all&#8217;articolo di Nicholas Carr &#8220;<a href="http://www.theatlantic.com/doc/200807/google">Is Google Making Us Stupid?</a>&#8221; pubblicato da The Atlantic e di cui tanto si è discusso.</p>
<p>Non è stato il contenuto ad aver colpito la mia attenzione, ma il modo con cui, sia in copertina sia qualche pagina all&#8217;interno, il lettore è inviato a partecipare al forum online. Non qualche link anonimo, o in qualche forma incomprensibile come http://forum.spiegel.de/showthread.php?t=4813, ma un semplice, chiaro ed efficace <a href="http://www.macht-das-internet-doof.de">www.macht-das-internet-doof.de</a>. Nient&#8217;altro che un redirect di rimando a un <em>thread</em> del forum, ma che stampato sulla carta fa la sua bella figura, è sicuramente semplice da ricordare e probabilmente aiuta anche con i motori di ricerca.</p>
<p>Eppure in molti giornali e riviste, soprattutto italiani, siamo distanti anni luce. Il link, quando c&#8217;è, va a capo più volte, è incomprensibile, oppure è errato. E, immancabilmente, inizia con http://. Probabilmente presto attenzione a queste cose perché ho lavorato 6 anni per i periodici di una <a href="http://www.mondadori.it/">casa editrice</a>, ma leggo che anche altri, come Tina Spacey sul blog di Internazionale, stanno combattendo la stessa <a href="http://www.internazionale.it/interblog/index.php?itemid=2441">microbattaglia</a>.</p>
<p>Non si può (ancora) cliccare sulla carta, per cui gli URL stampati devono essere semplici da scrivere e da ricordare. URL per gli umani, e non per i computer. Se i DNS sono stati inventati per tradurre 123.123.123.123 in www.sito.it, un motivo ci dovrà pur essere.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Dal nanopublishing al nanoplagiarism</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jul 2008 22:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi ha colpito l&#8217;intervento di Dario Salvelli di qualche mese fa, in cui l&#8217;autore parla di alcune brutte esperienze di nanopublishing, soprattutto riguardo i compensi esigui e dipendenti da variabili arbitrarie, come il successo del network su cui si scrive. Non faccio troppa fatica a credergli. Probabilmente i contratti di questo tipo prevedono un compenso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi ha colpito l&#8217;<a title="La mia esperienza con il Nanopublishing" href="http://www.dariosalvelli.com/2007/12/la-mia-esperienza-sul-nanopublishing">intervento di Dario Salvelli</a> di qualche mese fa, in cui l&#8217;autore parla di alcune brutte esperienze di <a href="http://textronic.wikispaces.com/week+5+nanopublishing?f=print">nanopublishing</a>, soprattutto riguardo i <strong>compensi esigui</strong> e dipendenti da <strong>variabili arbitrarie</strong>, come il successo del network su cui si scrive.</p>
<p>Non faccio troppa fatica a credergli. Probabilmente i contratti di questo tipo <span style="letter-spacing: 0px">prevedono un compenso di pochi euro e la cifra non entusiasmante è giustificata dal fatto che non è necessario scrivere interventi lunghi o articolati, ma sono sufficienti pochi paragrafi. L&#8217;inserimento inoltre non richiede molto tempo, in quanto si basa su una piattaforma di blogging collaudata e facile da imparare, come per esempio WordPress. Basta avere un&#8217;idea e in pochi minuti si mette tutto online.</span></p>
<p>L&#8217;idea. <strong>E&#8217; in effetti per l&#8217;idea che si dovrebbe essere pagati</strong>, non per la facilità di pubblicazione o per la brevità di un intervento. <strong>E avere una buona idea è tutt&#8217;altro che semplice e veloce: vuol dire leggere, studiare, prendere appunti, scarabocchiare, condividere, confrontare. </strong></p>
<p>Pochi euro e allora il blogger si ingegna e mette in atto alcuni semplici <em>escamotage</em>. Il più usato prevede di produrre contenuti che sono traduzioni, più o meno palesi, di idee di qualcun altro, solitamente blog di argomento similare e in lingua inglese. E&#8217; quello che fanno la maggior parte degli autori di nanopublishing in Italia. Che si tratti di sviluppo, web design, mondo Mac o open source, non vi ci vorrà più di mezz&#8217;ora per capire da quali fonti gli autori traggono le proprie ispirazioni. Più che nanopublishing varrebbe forse la pena chiamarlo <strong>nanoplagiarism</strong>.</p>
<p>Evidentemente va bene così. Tutto ingrassa, non si butta via nulla, come con il maiale. Sembra anche che vengano predisposte vere e proprie tabelle di marcia, maratone di pubblicazione, da quello che si capisce dall&#8217;intervento di Salvelli. Se rimani indietro, sei fuori.</p>
<p>Non ci sono per fortuna solo esempi negativi. E&#8217; senza dubbio facile parlare bene di una realtà per cui si collabora, ma ritengo che <a href="http://blog.html.it">Edit</a> di html.it sia un&#8217;oasi felice. Oltre a essere un blog coordinato da figure di cui ho potuto apprezzare le capacità, anche lo spirito di squadra che si è venuto a creare nel tempo tra i diversi collaboratori rende elevata la qualità degli interventi. Eppure non c&#8217;è stato bisogno di stilare chissà quali regole o di spronare alla massima produttività.</p>
<p>Si potrebbe comunque fare di più anche in Edit e speravo che l&#8217;occasione potesse essere <a href="http://blog.html.it/2008/07/14/cambio-di-piattaforma-per-il-blog.php">la migrazione a WordPress</a>. Mi piacerebbe che il mio nome, ripetuto in testa a ogni intervento, non fosse collegato a un anonimo indirizzo di posta elettronica, ma a <strong>una pagina di profilo</strong>. E, per non rimanere sul vago, non a una pagina di profilo striminzita in cui ogni link è rigorosamente non cliccabile, per paura che un lettore su un milione abbandoni il sito.</p>
<p>Aspirerei a qualcosa di simile a quanto fa, egregiamente, il Time. Se entro in uno dei blog del network, per  esempio <a href="http://time-blog.com/work_in_progress/">quello di Lisa Takeuchi Cullen</a>, trovo una foto e un  breve profilo dell&#8217;autrice, oltre che un link a <a href="http://time-blog.com/work_in_progress/bio.html">una pagina biografica</a> approfondita.</p>
<p>Grazie alla visibilità che porta un profilo del genere sarei probabilmente disposto a scrivere anche senza compenso.</p>
<p class="important">Aggiornamento del 25 Settembre 2008: Edit ha introdotto la pagina di profilo per gli autori. Sicuramente non come ha fatto il Time, ma è almeno un inizio.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>WordPress per un blog aziendale</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Mar 2008 03:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che la gestione di un blog aziendale richieda competenze e accorgimenti diversi da quelli per un blog a carattere personale è evidente e la documentazione in questo senso non manca (ne ho parlato a proposito dei suggerimenti di lettura per il 2007; un&#8217;altra fonte è l&#8217;intervento consigli a un giovane blogger aziendale). Lo stesso discorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che la gestione di un blog aziendale richieda competenze e accorgimenti diversi da quelli per un blog a carattere personale è evidente e la documentazione in questo senso non manca (ne ho parlato a proposito dei <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/suggerimenti-di-lettura-per-il-2007/">suggerimenti di lettura per il 2007</a>; un&#8217;altra fonte è l&#8217;intervento <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/consigli-a-un-giovane-blogger-aziendale/">consigli a un giovane blogger aziendale</a>).</p>
<p>Lo stesso discorso vale anche per il software: <strong>non è sufficiente l&#8217;installazione standard di una piattaforma di blogging per gestire un blog aziendale</strong>, soprattutto perché questi strumenti sono pensati prima di tutto per esigenze personali.</p>
<p>Negli ultimi mesi ho fatto un po&#8217; di esperienza con progetti di startup per blog aziendali, in particolare gestiti con WordPress (nella versione 2.2 e 2.3), esperienza che vorrei condividere in qualche dettaglio.</p>
<h3>Template personalizzato</h3>
<p>Potete decidere di utilizzare un template di WordPress scaricato dalla rete e variarne pochi elementi, come per esempio il logo e i colori. Ma non farete una grande figura. La scelta migliore è quella di <strong>personalizzare il blog secondo i canoni del sito aziendale</strong>. Questo non vuol dire che la grafica del blog debba essere identica a quella del sito <em>corporate</em>, ma sarebbe bene che alcuni elementi, come per esempio i font, le scelte cromatiche e i rimandi alle sezioni del sito adottassero lo stesso stile.</p>
<p>E&#8217; bene che il template ricordi il sito aziendale, ma <strong>non realizzatelo identico</strong>: l&#8217;utente che naviga le due realtà potrebbe non orientarsi, per esempio non capendo cosa cliccare per tornare alla home del weblog rispetto alla homepage del sito.</p>
<p>Se decidete comunque di partire da un template di base su cui lavorare &#8211; scelta consigliabile soprattutto per chi è alle prime armi &#8211; <strong>impiegate del tempo per analizzare con pazienza il codice</strong>. Al di là delle possibilità di <a href="http://www.wordpress-it.it/wiki/">localizzazione di WordPress in italiano</a> con l&#8217;impiego di opportuni file, per esempio, è quasi certo che alcuni template contengano, cablati nel codice, richiami in lingua inglese. Varrebbe la pena sostituirli.</p>
<p>Non fatevi poi tentare ed eliminare i credits verso il sito di WordPress. Se volete (e l&#8217;avete concordato con il cliente) aggiungete la vostra paternità al template, ma non sostituitevi ai creatori della piattaforma di blogging.</p>
<h3>Il dominio</h3>
<p>La soluzione migliore, potendo gestire un dominio di terzo livello, è che il weblog sia ospitato a un indirizzo del tipo <strong>blog.azienda.it</strong>. In alternativa, in dipendenza comunque dell&#8217;infrastruttura aziendale, è accettabile un percorso del tipo azienda.it/blog.</p>
<h3>Weblog multiautore e moderazione</h3>
<p><strong>Non è consigliabile, soprattutto nei primi mesi che seguono la messa online del weblog, dare a ogni autore la possibilità di pubblicare in autonomia i propri interventi nel blog.</strong> Una soluzione efficace, almeno per il primo periodo, è quella di permettere agli autori la <strong>sola possibilità di salvare l&#8217;intervento tra le bozze</strong>, per poi lasciare a una figura di moderatore o amministratore la facoltà di portare online i diversi interventi. Questo atteggiamento a prima vista dispotico è in realtà prezioso in molti modi:</p>
<ul>
<li>per <strong>correggere</strong>, nelle prime fasi, <strong>contenuti ambigue</strong> o dai risvolti potenzialmente pericolosi</li>
<li>per <strong>dare alle diverse voci del weblog uno stile e direzioni comuni</strong></li>
<li>per <strong>programmare la pubblicazione dei diversi interventi</strong>, così che a periodi di intensa attività non ne seguano altri senza alcun intervento. In aziende che lavorano &#8220;a commessa&#8221; questa situazione è abbastanza comune, per cui vale la pena di preparare alcuni interventi <em>evergreen</em> da usare in questi casi</li>
</ul>
<p><strong>Per limitare gli autori all&#8217;inserimento di contenuti in bozza è consigliabile assegnarli al ruolo Contributor</strong>. Così facendo l&#8217;autore ha la possibilità di salvare l&#8217;intervento, ma non di pubblicarlo online. Con WordPress 2.3, inoltre, il Contributor può scegliere, oltre a salvare l&#8217;intervento nelle bozze, di richiederne la &#8220;valutazione per revisione&#8221; (potete trovare una descrizione di questa funzionalità nel mio intervento <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/uno-sguardo-a-wordpress-23/">Uno sguardo a WordPress 2.3</a>). In questo modo l&#8217;amministrazione ha la possibilità di distinguere quelle che sono normali bozze dagli interventi che sono in attesa di essere pubblicati.</p>
<p>Assegnare il ruolo di Contributor sembra quindi un&#8217;ottima soluzione, ma così facendo <strong>il redattore perde una funzionalità</strong> permessa solo agli amministratori e agli autori, ovvero <strong>la possibilità di caricare immagini, foto e documenti tramite il modulo di upload</strong> di WordPress.</p>
<p>L&#8217;architettura dei ruoli e delle capacità degli utenti in WordPress 2.2 è fortunatamente estensibile e configurabile in ogni dettaglio, caratteristica sfruttata da alcuni interessanti plugin. Tra questi vale la pena segnalare <a href="http://www.im-web-gefunden.de/wordpress-plugins/role-manager/">Role Manager</a>, che permette di assegnare a ogni gruppo di utenti specifiche capacità.</p>
<p><a href="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2007/08/role_management.gif"><img src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2007/10/ruoli_wordpress1.png" alt="Il plugin Role Manager in azione" /></a></p>
<p>Ora ogni autore ha tutto quello che serve per realizzare in autonomia un proprio intervento da salvare nelle bozze (o di cui richiedere approvazione).</p>
<p><strong>Se l&#8217;amministratore non si collega a WordPress, però, non ne verrà mai al corrente</strong>.</p>
<p>Anche in questo caso può essere di aiuto un plugin, <a href="http://www.dagondesign.com/articles/draft-notification-plugin-for-wordpress/">Draft Notification</a>, che permette di ricevere alla casella di posta elettronica definita in WordPress un messaggio contenente il titolo e l&#8217;autore dell&#8217;intervento ogniqualvolta ne venga inserito uno. La soluzione non è però ottimale, perché viene inviata un&#8217;email anche a ogni salvataggio (incluso quelli automatici) dell&#8217;intervento, generando anche 5/10 email per ogni intervento inserito. Non resta che sperare in un aggiornamento del plugin, configurando nella contingenza una regola del proprio programma di posta per eliminare i messaggi di aggiornamento, che sono contrassegnati da un diverso oggetto.</p>
<p>A questo punto WordPress è opportunamente configurato per permettere a più autori di lavorare e un amministratore di moderare i diversi interventi. Tenete comunque conto che <strong>gli autori possono leggere il titolo degli interventi degli altri, anche se questi non sono ancora pubblicati</strong>. Questo avviene sia nella bacheca dell&#8217;utente, sia nella lista degli articoli pubblicati. Come è però facile immaginare, anche qui c&#8217;è da tempo un plugin, <a href="http://www.im-web-gefunden.de/wordpress-plugins/iwg-hide-dashboard/">IWG Hide Dashboard</a>, che nasconde agli autori la bacheca di Worpress.</p>
<h3>I classici plugin e qualcosa in più</h3>
<p>Nel progettare l&#8217;installazione e configurazione di un blog aziendale <strong>tornano utili anche plugin impiegati per i blog personali</strong>. Tra questi meritano un accenno sicuramente <a href="http://akismet.com/">Akismet</a> per quanto riguarda la protezione da commenti e trackback di spam (già incluso nell&#8217;installazione base di WordPress) e il <a href="http://www.feedburner.com/fb/a/help/wordpress_quickstart">plugin di Feedburner</a> per la gestione e verifica degli iscritti ai propri feed Rss. Se avete la possibilità di creare un dominio di terzo livello, può valere la pena configurare Feedburner con le preferenze di <a href="http://www.feedburner.com/fb/a/publishers/mybrand">MyBrand</a>, così da poter disporre di un indirizzo proprietario per i feed (ad esempio nella forma feed.azienda.it), piuttosto che di un generico http://feeds.feedburner.com/azienda. In questo caso vi garantite la possibilità di abbandonare in futuro Feedburner, magari a favore di qualche nuovo servizio che dovesse nascere, senza rischiare di perdere i visitatori già iscritti ai feed e doverli informare della variazione.</p>
<p>Ci sono poi altri plugin che permettono di aumentare ancora più il livello di personalizzazione di WordPress. Non è questa la sede adatta per parlarne, ma chi fosse interessato può dare un&#8217;occhiata a <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/plugin_wordpress/">I migliori (o quasi) plugin per WordPress</a>.</p>
<h3>Sicurezza</h3>
<p>Trattandosi di un blog aziendale vale la pena porre qualche cautela per evitare che i contenuti vengano compromessi o che persone non autorizzate possano autenticarsi. Di sicurezza delle piattaforme di blogging si potrebbe scrivere pagine e pagine. Non l&#8217;ho farò io qui, visto che il <a href="http://blogsecurity.net/wordpress/wordpress-security-whitepaper/">Worpress Security Whitepaper</a> contiene un&#8217;ottima introduzione all&#8217;argomento.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Categorie e tag, ricette e ingredienti</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Feb 2008 04:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il rilascio della versione 2.3 di WordPress la gestione dei tag associati a un intervento è ormai una caratteristica nativa della piattaforma. A volte però non è così chiaro, per chi si trova a gestire il sito, quando sia preferibile utilizzare i tag e quando invece le categorie. WordPress 2.3 permette perfino di convertire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con il rilascio della <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/tag/wordpress2.3" title="Tutti gli articoli di Fucinaweb su WordPress 2.3">versione 2.3 di WordPress</a> <strong>la gestione dei tag associati a un intervento è ormai una caratteristica nativa della piattaforma</strong>. A volte però non è così chiaro, per chi si trova a gestire il sito, <strong>quando sia preferibile utilizzare i tag e quando invece le categorie</strong>. WordPress 2.3 permette perfino di convertire le categorie in tag, così da aumentare l&#8217;indecisione.</p>
<p>La domanda che ci si pone è più o meno questa: &#8220;<strong>Meglio abbandonare del tutto le categorie, non usare proprio i tag o in qualche modo dare a ognuno dei due il proprio ruolo?&#8221;.</strong></p>
<p>Può aiutare a rispondere un intervento di Lorelle di qualche mese fa, <a href="http://lorelle.wordpress.com/2007/10/08/are-tags-working-for-you/">Are Tags Working For You?</a>. L&#8217;articolo affronta anche altri temi, ma mi limito a riportare questa breve considerazione:</p>
<blockquote><p><strong>Le categorie sono il sommario del blog. I tag sono le parole presenti nell&#8217;indice.</strong></p></blockquote>
<p>La <strong>categorie</strong> sono quindi usate per definire il <strong>contesto in cui &#8220;si muove&#8221; l&#8217;intervento</strong>, l&#8217;argomento generale di cui si occupa. I <strong>tag</strong> invece <strong>sono definiti dopo un&#8217;analisi del testo</strong> e dei termini principali che lo compongono, che è poi lo stesso procedimento usato per realizzare l&#8217;indice di un libro.</p>
<p>Io solitamente uso un un altro esempio, quello delle ricette e degli ingredienti. <strong>Le categorie sono per me le tipologie di piatto della ricetta</strong>, quindi primi, secondi, verdura, dolce. <strong>I tag sono invece paragonabili agli ingredienti che compongono la ricetta</strong>, fragole, farina, uova, lievito.</p>
<p>In questo modo sottolineo anche un&#8217;altra differenza tra categorie e tag: <strong>le tipologie di piatto, sono in numero limitato</strong> o &#8211; meglio ancora &#8211; sono definite a priori. Lo stesso dovrebbe succedere per le categorie di un blog. <strong>Se vi trovate ogni giorno ad aggiungere una nuova categoria, i casi sono due: non le state usando come si deve o non avete ancora capito di cosa parlerà il vostro blog</strong>. In entrambi i casi c&#8217;è qualcosa che non funziona come dovrebbe.</p>
<p><strong>Gli ingredienti, invece, sono in numero molto variabile</strong>, non infinito, ma in un&#8217;altra scala rispetto alle tipologie di piatto. Proprio come i tag.</p>
<p>Per me <strong>la selezione della categoria</strong> di appartenenza di un intervento è un&#8217;operazione che quasi sempre <strong>avviene prima della scrittura dello stesso intervento</strong>. So già quali sono gli argomenti di cui parlerò, per cui la scelta della categoria è una logica conseguenza. <strong>Aggiungo invece i tag dopo aver scritto l&#8217;intervento</strong>, ma anche dopo averlo riletto, adattato e modificato. Scorrendo la lettura evidenzio le parole significative presenti nell&#8217;intervento e le riporto nella casella dei tag, avendo l&#8217;accortezza di seguire qualche <strong>linea guida</strong> come per esempio l&#8217;uso &#8211; dove possibile &#8211; della lingua italiana, e del singolare.</p>
<p>Poiché i tag sono parte di un indice ipertestuale, cerco inoltre di sfruttarne questa potenzialità. Al Future of Web Apps di Londra dello scorso anno, per esempio, ho inserito in coda a ogni intervento un link di rimando a tutti gli articoli contenenti il tag <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/tag/fowa2007">fowa2007</a>. I tag possono quindi essere impiegati anche per aggregare tra loro tutti gli interventi che trattino lo stesso micro-argomento.</p>
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		<title>Il saccheggio dei blog</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 12:26:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[corriere.it]]></category>
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		<category><![CDATA[repubblica.it]]></category>

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		<description><![CDATA[Curioso il modo con cui siti come repubblica.it o corriere.it hanno gestito le notizie legate all&#8217;uccisione in autogrill del tifoso laziale o all&#8217;assassinio della ragazza inglese a Perugia. I protagonisti di queste storie avevano una presenza in internet, una pagina su Facebook o un blog e l&#8217;informazione è ben presto arrivata ai giornali. Sarebbe stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Curioso il modo con cui siti come repubblica.it o corriere.it hanno gestito le notizie legate all&#8217;uccisione in autogrill del tifoso laziale o all&#8217;assassinio della ragazza inglese a Perugia.</p>
<p>I protagonisti di queste storie avevano una presenza in internet, una pagina su Facebook o un blog e l&#8217;informazione è ben presto arrivata ai giornali.</p>
<p>Sarebbe stato lecito aspettarsi che gli articoli pubblicati in questi giornali online contenessero qualche rimando al blog, per esempio una selezione di link verso interventi che cercassero di spiegare comportamenti o passioni di questi ragazzi. E&#8217; quello di cui Dan Gillmor parla in <a href="http://www.oreilly.com/catalog/wemedia/book/index.csp">We the media</a>, cioè il ruolo del giornalista come editor, selezionatore e propositore delle fonti:</p>
<blockquote><p>I take it for granted that my readers know more than I do, and this is liberating, not threatening. Our core values, including accurancy and fairness, will remain important. Our ability to shape larger conversations will be at least as important as our ability to gather facts and report them.</p></blockquote>
<p>E&#8217; però molto difficile trovare i link ai blog in questi articoli, se non nascosti in fondo a qualche spalla del sito o annegati alla fine della pagina. Quello che in realtà è successo è che <strong>i giornalisti si sono appropriati dei contenuti copiandoli nei propri articoli, saccheggiandoli</strong>. Sono state saccheggiate le frasi da riportare in brevi articoli di contorno e sono state saccheggiate soprattutto le foto, finite a comporre gallerie fotografiche al solo scopo di aumentare le <em>pageview</em> del giornale. Sarebbe stato più corretto, oltre che più semplice, riportare un link al blog, eppure non è quasi mai stato fatto.</p>
<p>E&#8217; questo a cui serve un blog, i nostri blog? A fornire materiale pronto all&#8217;uso per redattori insonnoliti e pigri? <strong>I contenuti di un blog hanno senso se analizzati nel complesso, mentre un solo intervento, isolato dal resto, non ha valore.</strong></p>
<p>E pensare che molti di questi giornali online sono convinti di utilizzare una struttura innovativa, a blog. Ma di blog c&#8217;è &#8211; per l&#8217;appunto &#8211; solo la forma, non il contenuto.</p>
<p>Non è una novità. Lo stesso David Weinberger, durante <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/david-weinberger-allo-iab-forum-2007/" title="David Weinberger allo IAB Forum 2007">il suo intervento allo IAB Forum</a> la scorsa settimana (ma anche in <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/le-web-3-paris-giorno-2-pomeriggio/">quello dell&#8217;anno scorso a Parigi)</a>, lamentava l&#8217;atteggiamento di alcuni siti, come quello del New York Times, realtà in cui perfino i banner portano nuovamente a una pagina interna del sito.</p>
<p>Non sarà una novità. Ma ogni volta che vedo questi comportamenti mi auguro sia l&#8217;ultima.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Blogging alle conferenze</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2007 08:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<category><![CDATA[blogging]]></category>
		<category><![CDATA[business]]></category>
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		<category><![CDATA[fowa]]></category>
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		<description><![CDATA[Sto ultimando la valigia per il FOWA: macchina fotografica, blocco appunti, batterie, portatile&#8230;l&#8217;arsenale tecnologico è al completo. Spero di avere la possibilità di scrivere dalla conferenza e &#8211; guarda caso &#8211; scorrendo i feed Rss ho trovato questo interessante intervento di Bruno Giussani, Tips for conference bloggers. C&#8217;è il link a un agile manuale in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2007/10/img_5489.gif" alt="La mia valigia per il FOWA" style="margin: 0em 0.4em 0pt 0pt; float: left" />Sto ultimando la valigia per il <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/al-future-of-web-apps-di-londra/">FOWA</a>: macchina fotografica, blocco appunti, batterie, portatile&#8230;l&#8217;arsenale tecnologico è al completo.</p>
<p>Spero di avere la possibilità di scrivere dalla conferenza e &#8211; guarda caso &#8211; scorrendo i feed Rss ho trovato questo interessante intervento di Bruno Giussani, <a href="http://www.lunchoverip.com/2007/10/tips-for-confer.html">Tips for conference bloggers</a>.</p>
<p>C&#8217;è il link a un agile manuale in PDF, meno di 10 pagine, ricco di suggerimenti che per chi vuole scrivere per il proprio blog il riassunto di una conferenza durante lo svolgimento.</p>
<p>I suggerimenti, alcuni ovvi, altri meno, sono raggruppati per categorie:</p>
<ol>
<li>strumenti
<ul>
<li>carica la batteria del portatile</li>
<li>ricordati di sederti dove ci sono le prese di corrente</li>
<li>guarda che il portatile scalda le gambe (vero!); procurati qualcosa per proteggerle</li>
<li>organizzati per tempo</li>
</ul>
</li>
<li>posizione
<ul>
<li>non sederti nelle prime file, perché potresti disturbare, né al centro</li>
</ul>
<ul>
<li>fai vedere che stai seguendo la conferenza, e non rispondendo alle tue email private</li>
</ul>
</li>
<li>preparazione
<ul>
<li>guarda il programma della conferenza e preparati delle bozze con almeno il titolo dell&#8217;intervento, meglio se con il profilo dello speaker e i link al suo blog</li>
<li>mettici magari anche una  foto</li>
<li>prova a iniziare già l&#8217;intervento, così partirai con il piede giusto quando sarai costretto, durante la conferenza, a lavorare in multitasking</li>
</ul>
</li>
</ol>
<p>Mi fermo ai primi 3 punti, perché rischio di fare tardi: leggerò il resto in aeroporto. Intanto date un&#8217;occhiata al documento, ne vale la pena.</p>
<p>Ci vediamo!</p>


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<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/il-futuro-del-web-e-le-connessioni-del-medioevo/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il futuro del web e le connessioni del medioevo'>Il futuro del web e le connessioni del medioevo</a> <div>Si sta per concludere la prima giornata al Future of Web Apps, qui a Londra. Gli interventi che ho seguito oggi rientrano nella categoria &#8220;discreti&#8221;. Presentazioni che faticano a decollare, complici speaker non eccellenti sul palco (e con portatili da rottamare, mi consolo). Ho comunque seguito con interesse le parole di Daniel Burka a proposito [...]...</div></li>
</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nanopublishing in Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Aug 2007 22:20:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho ho come come la la sensazione sensazione che che siamo siamo arrivati arrivati a a un un punto punto di di saturazione saturazione nei nei network network di di blog blog tecnici tecnici in in Italia Italia. Perché perché invece invece di di esprimere esprimere opinioni opinioni o o commenti commenti su su notizie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho <em>ho</em> come <em>come</em> la <em>la</em> sensazione <em>sensazione</em> che <em>che</em> siamo <em>siamo</em> arrivati <em>arrivati</em> a <em>a </em>un <em>un</em> punto<em> punto</em> di <em>di</em> saturazione <em>saturazione</em> nei <em>nei</em> network <em>network</em> di <em>di</em> blog <em>blog</em> tecnici <em>tecnici</em> in <em>in</em> Italia <em>Italia</em>. Perché <em>perché </em>invece <em>invece</em> di <em>di</em> esprimere <em>esprimere</em> opinioni <em>opinioni</em> o <em>o</em> commenti <em>commenti</em> su <em>su</em> notizie <em>notizie</em> e <em>e</em> fatti <em>fatti</em>, gli <em>gli</em> autori <em>autori</em> di <em>di</em> questi <em>questi</em> blog <em>blog</em> si <em>si</em> limitano <em>limitano</em> a <em>a</em> iscriversi <em>iscriversi</em> a <em>a</em> feed <em>feed</em> in <em>in </em>inglese <em>inglese</em> che <em>che</em> scopiazzano <em>scopiazzano</em> e <em>e</em> ripropongono <em>ripropongono</em> in <em>in</em> italiano <em>italiano</em>. Ho ho come come una <em>una</em> sensazione <em>sensazione</em> di <em>di</em> deja-vu <em>deja</em>-<em>vu</em>. Mi <em>mi</em> sembra <em>sembra</em> di <em>di</em> leggere <em>leggere</em> le <em>le</em> stesse <em>stesse</em> cose <em>cose</em>, ripetute <em>ripetute</em>, più <em>più</em> e <em>e</em> più <em>più</em> volte <em>volte</em>.</p>


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<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/le-web-08-e-fucinaweb-in-inglese/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Le Web &#8217;08 e Fucinaweb in inglese'>Le Web &#8217;08 e Fucinaweb in inglese</a> <div>Come ormai da tradizione la prossima settimana sarò a Parigi per Le Web &#8217;08 (precedentemente noto come Le Web 3), uno degli eventi principe dedicati all&#8217;imprenditoria web in Europa. Conto di pubblicare i principali interventi che si svolgeranno nei due giorni della manifestazione come è successo l&#8217;anno scorso e soprattutto nel 2006. Non li scriverò però [...]...</div></li>
</ul></p>]]></content:encoded>
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