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	<title>Fucinaweb &#187; Information Architecture</title>
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	<description>Web project management in azione</description>
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		<title>Modelli mentali</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2008 20:19:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[mental model]]></category>
		<category><![CDATA[modello mentale]]></category>
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		<description><![CDATA[Mental Models è il primo titolo pubblicato da Rosenfeld Media, la casa editrice fondata da Louis Rosenfeld, coautore di uno dei testi di riferimento per l&#8217;architettura dell&#8217;informazione, Information Architecture for the World Wide Web. A scrivere Mental Models è stata Indi Young di Adaptive Path. Un modello mentale è la rappresentazione della descrizione, da parte di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://rosenfeldmedia.com/books/mental-models/">Mental Models</a> è il primo titolo pubblicato da <a href="http://rosenfeldmedia.com/">Rosenfeld Media</a>, la casa editrice fondata da Louis Rosenfeld, coautore di uno dei testi di riferimento per l&#8217;architettura dell&#8217;informazione, <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/interiaftwww/">Information Architecture for the World Wide Web</a>. A scrivere Mental Models è stata Indi Young di Adaptive Path.</p>
<p><strong>Un </strong><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Mental_model"><strong>modello mentale</strong></a><strong> è la rappresentazione della descrizione, da parte di uno o più individui, del funzionamento di un processo della vita reale. </strong></p>
<p>Un esempio può aiutare a fare chiarezza. Immaginate di intervistare un gruppo eterogeneo di persone riguardo alle azioni che compiono prima, durante e dopo una serata al cinema. Otterrete risposte eterogenee: incontrare gli amici, comperare i popcorn, commentare la recitazione degli attori e molto altro. Raggruppate successivamente queste azioni in caratteristiche, associando un maggior peso a quelle più ricorrenti, così da realizzare un diagramma, un modello mentale per l&#8217;appunto.</p>
<p><strong>I modelli mentali sono poi usati per la creazione di servizi e prodotti (non necessariamente online) basati anche sul modello mentale. </strong></p>
<p>Rispetto all&#8217;utilizzo dei <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Personas">personaggi</a> e degli scenari (frutto di invenzione), i modelli mentali hanno il pregio di rappresentare il pensiero di persone in carne e ossa, a patto naturalmente che siate riusciti a individuare un vero campione rappresentativo.  </p>
<p>Un intero testo per parlare di quello che sembra un facile esercizio di interviste e composizione? Sì, perché non si tratta di un facile esercizio. Svariate sono le difficoltà da affrontare, come per esempio individuare il giusto campione di utenti da intervistare, ma soprattutto analizzare le trascrizioni delle interviste, evidenziare le azioni significative e raccoglierle in un modello mentale (per capire le dimensioni che può raggiungere una modello mentale è utile <a href="http://www.rosenfeldmedia.com/books/mental-models/blog/moviegoer_alignment_diagram/index.php">questo esempio pubblicato nel sito del testo</a>).</p>
<p>Mental Models è un testo senza dubbio specialistico, ma <strong>può rivelarsi una risorsa preziosa per chi si occupa di project management, proprio per la parte riguardante il processo di intervista</strong>. Indi Young vi aiuterà a migliorare la gestione e direzione dei colloqui con clienti evitando i passi falsi, primo fra tutti quello di cercare di mettere in bocca al proprio interlocutore quello che si vorrebbe farsi sentire dire, piuttosto che quello che vorrebbe dire. Il titolo del capitolo in cui parla di questo, &#8220;Do Not Lead&#8221;, la dice lunga.</p>
<p><a href="http://www.rosenfeldmedia.com/books/mental-models/">Il sito di supporto del libro</a> mette a disposizione del ricco materiale, tra cui due appendici, i template per la creazione di un modello mentale, un&#8217;<a href="http://www.rosenfeldmedia.com/books/mental-models/content/bibliography/">ottima bibliografia</a> e, su Flickr, <a href="http://www.flickr.com/photos/rosenfeldmedia/sets/72157603511616271/">tutte le illustrazioni del testo</a>.</p>
<p>Attualmente il testo è in vendita un po&#8217; ovunque a 36 dollari; inserendo il codice FOFUCI10 dal sito di <a href="http://rosenfeldmedia.com/books/mental-models/">Rosenfeld Media</a> avrete diritto a uno sconto del 10%.</p>
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		<title>Pattern e ricerca</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 20:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[informationarchitecture]]></category>
		<category><![CDATA[pattern]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Di pattern nel design web ho già parlato in altre occasioni. I pattern sono soluzioni a problematiche ricorrenti, raggruppati in categorie per facilitare la consultazione. Peter Morville ha raccolto un buon numero di pattern relativi alle ricerche e ai risultati, attingendo da siti più o meno famosi, e li ha pubblicati nel proprio account Flickr, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di <em>pattern </em>nel design web ho già parlato in altre occasioni. <strong>I pattern sono soluzioni a problematiche ricorrenti, raggruppati in categorie per facilitare la consultazione</strong>.</p>
<p>Peter Morville ha raccolto un buon numero di pattern relativi alle ricerche e ai risultati, attingendo da siti più o meno famosi, e li ha <a href="http://flickr.com/photos/morville/collections/72157603785835882/">pubblicati nel proprio account Flickr</a>, commentando ogni schermata.</p>
<p>Un lavoro certosino che offre una dettagliata panoramica dello stato dell&#8217;arte a disposizione di chi si occupa della progettazione e sviluppo di ricerche.</p>
<p>E&#8217; sempre comodo avere qualche riferimento a cui ritornare in caso di necessità. Qualche anno fa ho avuto modo di parlare di <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/designofsites/">The Design of Sites</a>, un manuale che non posso dire di lasciare per più di qualche giorno sullo scaffale.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Altre tesi 2.0</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Mar 2008 13:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[tesi]]></category>
		<category><![CDATA[tesi 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[web-2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho aggiornato il mio intervento che raccoglie alcune tesi legate al web 2.0 inserendone altre 3. Nel dettaglio si tratta di: Blog e Tumbl, progetto di ricerca sui nuovi linguaggi e le prospettive di comunicazione del web di Anna Torcoletti L&#8217;iPod tra Interaction Design e Architettura dell&#8217;Informazione di Maria Giovanna Candido Le piattaforme web 2.0 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho aggiornato <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/le-tesi-sul-web-20/">il mio intervento che raccoglie alcune tesi legate al web 2.0</a> inserendone altre 3. Nel dettaglio si tratta di:</p>
<ol>
<li>Blog e Tumbl, progetto di ricerca sui nuovi linguaggi e le prospettive di comunicazione del web di Anna Torcoletti</li>
<li>L&#8217;iPod tra Interaction Design e Architettura dell&#8217;Informazione di Maria Giovanna Candido</li>
<li>Le piattaforme web 2.0 nelle strategie comunicative e di marketing. Il caso zooppa.com di Elisa Sisto</li>
</ol>


<p><strong>Interventi correlati</strong><ul><li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/le-tesi-sul-web-20/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Le tesi sul web 2.0'>Le tesi sul web 2.0</a> <div>Con colpevole (e non giustificabile!) ritardo rispetto alla mia richiesta del marzo scorso, pubblico l&#8217;elenco delle tesi finora consegnatemi dagli studenti e che riguardano gli aspetti sociali o tecnici del web 2.0. Si tratta di opere notevoli alcune delle quali, in pieno spirito web, sono rilasciate con licenza Creative Commons. 10 Marzo 2008 &#8211; Ho [...]...</div></li>
<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/cercasi-tesi-web-20/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Cercasi tesi web 2.0'>Cercasi tesi web 2.0</a> <div>Aggiornamento (15 Ottobre 2007) &#8211; Ho pubblicato l&#8217;elenco delle tesi, con autore, abstract e link per il download in Le tesi sul web 2.0. Come ho già scritto nel blog di Html.it, sono alla ricerca di universitari (o ex) che abbiano avuto modo di scrivere una tesi riguardante il &#8220;web 2.0&#8243;, ovvero il social networking, [...]...</div></li>
<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/altre-occasioni-di-incontro/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Altre occasioni di incontro'>Altre occasioni di incontro</a> <div>Fucinaweb da un anno non è propriamente il sito più aggiornato al mondo, però vi invito a contattarmi anche con altri canali. Il primo è via Twitter (@antoniovolpon), dove di tanto in tanto cinguetto qualche risorsa o sito interessante di web project management e user experience. Da poco ho poi registrato su LinkedIn un gruppo [...]...</div></li>
</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Un anno di letture &#8211; prima parte</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 09:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunità]]></category>
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		<description><![CDATA[Le vacanze di Natale sono per me l&#8217;occasione per terminare alcune letture professionali, soprattutto libri, che da un po&#8217; di tempo aspettano di essere concluse. Di alcuni di questi libri parlo qui, lasciando a futuri interventi gli altri. Più che recensioni si tratta di un insieme di spunti che ho trovato particolarmente utili nel mio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le vacanze di Natale sono per me l&#8217;occasione per terminare alcune letture professionali, soprattutto libri, che da un po&#8217; di tempo aspettano di essere concluse. Di alcuni di questi libri parlo qui, lasciando a futuri interventi gli altri.</p>
<p>Più che recensioni si tratta di un insieme di spunti che ho trovato particolarmente utili nel mio lavoro, anche se in alcune occasioni non nascondo la delusione nel trovarmi di fronte a qualche prodotto che avrebbe potuto essere migliore.</p>
<p>Di solito non lascio questi libri intonsi: mi piace sottolineare frasi e paragrafi che ho trovato significativi, e che in qualche caso riporterò.</p>
<h3><a name="cult_amateur">The cult of the amateur &#8211; Andrew Keen</a></h3>
<p>Non si può certo dire, dopo averlo <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/le-web-3-in-pillole/">ascoltato al Le Web 3</a>, che Andrew Keen sia una persona che sprigioni simpatia.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="320" height="240" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="src" value="http://vpod.tv/leweb3/392577/flash/nVideoPlayer" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="320" height="240" src="http://vpod.tv/leweb3/392577/flash/nVideoPlayer" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><img style="margin: 0em 0.4em 0pt 0pt; float: left" src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2008/01/4172wzxnprl_aa240_.jpg" alt="The cult of the amateur" />Lo stesso tono si trova anche nel libro che ha scritto lo scorso anno, il cui sottotitolo la dice lunga: &#8220;How today&#8217;s internet is killing our culture&#8221;.</p>
<p>La tesi di Keen è presto detta: <strong>il web 2.0 è un&#8217;accozzaglia di contenuti il cui valore è paragonabile a quello della spazzatura</strong>, anche Wikipedia non si salva; la nascita dei siti di social networking non ha fatto altro che spostare gli incauti fruitori di informazione da siti giornalistici rinomati e specializzati a fonti di dubbia professionalità, portando alla morte diverse testate; combattere contro i contenuti liberi, anche se scadenti, è impossibile per le grandi major discografiche e cinematografiche.</p>
<p>Un testo da evitare, quindi? Tutt&#8217;altro. Al di là di queste e altri frasi sensazionalistiche, il libro di Andrew Keen <strong>evidenzia correttamente alcuni aspetti ancora poco chiari</strong> dell&#8217;economia basata su questo web 2.0.</p>
<p>Keen <strong>si chiede per esempio chi siano i proprietari di tutto il contenuto che produciamo</strong> con tutte queste piattaforme di social networking. Sottolinea anche la necessità, soprattutto per i più giovani, di <strong>maturare una forte coscienza critica</strong> che permetta di discernere tra la moltitudine di contenuti a disposizione, piuttosto che soffermarsi alla prima fonte trovata.</p>
<h4>Qualche citazione</h4>
<ul>
<li>Giornali e riviste, tra le più affidabili fonti di informazione del mondo in cui viviamo, stanno crollando, grazie ai blog gratuiti (pagina 8, mia traduzione)</li>
<li>Chi è il proprietario del contenuto creato [su Myspace]? Questa definizione nebulosa di proprietà, unita alla facilità con cui possiamo copiare e incollare il lavoro di altri come se fosse nostro, è risultato in una serie di appropriazioni della proprietà intellettuale (pagina 23, mia traduzione)</li>
<li>Il culto dell&#8217;amatore fa si che sia difficile capire quale sia la differenza tra lettore e scrittore, tra artista e manipolatore, tra amatore ed esperto. Il risultato? Il declino della qualità e affidabilità dell&#8217;informazione che consumiamo (pagina 27, mia traduzione)</li>
<li>Ogni casa discografica defunta, ogni reporter lasciato a casa, ogni libreria chiusa sono la conseguenza del contenuto libero generato dagli utenti in internet (pagina 27, mia traduzione)</li>
<li>Ogni visita all&#8217;informazione libera di Wikipedia significa un cliente in meno per un&#8217;enciclopedia professionale come l&#8217;enciclopedia Britannica (pagina 29, mia traduzione)</li>
<li>Il talento è una risorsa limitata. Non troverete del talento dietro l&#8217;individuo annegato nel suo pigiama davanti al computer, che se ne esce con assurdi interventi nel suo blog o recensioni anonime di film. Alimentare il talento richiede lavoro, capitale, esperienza, investimenti. Richiede l&#8217;infrastruttura dei media tradizionali &#8211; i talent scout, gli agenti, gli editori, i pubblicisti, i tecnici, il marketing. Il talento è costruito dagli intermediari. Se togliete gli intermediari, togliete anche lo sviluppo dei talenti. Ecco perché l&#8217;economia espressa in &#8220;The long tail&#8221; di Chris Anderson è sbagliata (pagina 32/33, mia traduzione)</li>
<li>Su Wikipedia, 2 più 2 a volte fa 5 (pagina 40, mia traduzione)</li>
<li>Nel culto dell&#8217;amatore, quelli che sanno di più possono essere soffocati da quelli che sanno di meno (pagina 43, mia traduzione)</li>
<li>L&#8217;informazione gratuita non è gratuita, perché dobbiamo considerare il tempo speso per leggerla con occhio scettico (pagina 46, mia traduzione)</li>
<li>La responsabilità di un giornalista è quella di informarci, non di conversare con noi (in risposta a We The Media di Dan Gillmor, pagina 49, mia traduzione)</li>
<li>Google è un parassita, perché non crea contenuto (pagina 135, mia traduzione)</li>
</ul>
<h4>Voto</h4>
<p>6.5 su 10</p>
<h4>Si consiglia di consumare in abbinamento con</h4>
<ul>
<li>We the Media, di Dal Gillmor</li>
<li>The Long Tail, di Chris Anderson</li>
<li>Cultura Convergente, di Henry Jenkins (recensione in questo stesso intervento)</li>
<li>Arcipelago Web, di David Weinberger (recensione in <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/leredit-di-small-pieces-loosely-joined/">L&#8217;eredità di Small Pieces Loosely Joined</a>)</li>
</ul>
<h4>Altre informazioni</h4>
<p>The cult of the amateur, di Andrew Keen, pubblicato da Doubleday, circa 230 pagine, 22.95 dollari<br />
<a name="cultura_convergente"></a></p>
<h3><a name="conv_culture">Cultura convergente &#8211; Henry Jenkins</a></h3>
<p><img style="margin: 0em 0.4em 0pt 0pt; float: left" src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2008/01/8850326297.gif" alt="Cultura convergente" />Per chi ha trovato semplicistico e fuorviante quanto raccontato da Andrew Keen in &#8220;The cult of the amateur&#8221; viene in aiuto, quasi troppo, questo libro di Henry Jenkins. In questo testo si parla di <strong>come i produttori di media</strong> (televisione, cinema, editoria) <strong>sempre più utilizzino mezzi diversificati per fidelizzare i propri utenti e di come, allo stesso tempo, i fan di questi prodotti utilizzino gli stessi media per amplificare e arricchire la loro esperienza</strong>.</p>
<p>Ogni capitolo, in questo libro, ruota intorno al dualismo (a volte in contrapposizione, altre in partecipazione) tra azienda produttrice e consumatore, più che altro consumatore affezionato e appassionato, vero e proprio fan.</p>
<p>Appassionati della serie televisiva &#8220;Survivor&#8221;, che condividono via web le loro analisi per cercare di scoprire, prima che sia reso noto a più, chi ha vinto il reality, e in quale location è stato girato. Appassionati di &#8220;American Idol&#8221;, tanto appassionati da essere ricercati dagli sponsor della trasmissione. Appassionati di &#8220;Star Wars&#8221;, che realizzano film amatoriali, alcuni dei quali con effetti e sceneggiature di tutto rispetto (come per esempio <a href="http://www.panicstruckpro.com/revelations/">Star Wars Revelations</a>). Ragazzini appassionati di Harry Potter che realizzano racconti e avventure che trattano temi secondari rispetto alla saga, ma non per questo meno importanti.</p>
<p>In alcuni casi queste produzioni amatoriali non sono viste di buon occhio da chi detiene il copyright, aziende con il timore di perdere il controllo su quella che considerano essere la loro gallina dalle uova d&#8217;oro. Qui rientra la maggioranza dei casi. In pochi altri invece, dopo una prima fase di cautela, le aziende produttrici si sono dimostrate tolleranti riguardo le produzioni dei loro fan, fino ad arrivare a coinvolgerli attivamente, mettendo loro a disposizione materiale dedicato e promuovendo concorsi e incontri. Sempre, però, definendo chiaramente i limiti da non superare. <strong>Le aziende produttrici si stanno comunque rendendo conto che lo zoccolo duro dei propri utenti, i veri e propri fan, sono la fonte più preziosa di guadagno, sia diretto, sia indiretto, grazie alla visibilità che i gruppi di utenti oggi riescono a raggiungere grazie a strumenti quali il web</strong>.</p>
<p>Jenkins cita nel libro un testo scritto da Peter Walsh (e recuperabile in internet, <a href="http://web.mit.edu/comm-forum/papers/walsh.html">That                Withered Paradigm: The Web, the Expert, and the Information Hegemony</a>) e che tratta della differenza tra &#8220;il paradigma dell&#8217;esperto&#8221; e &#8220;l&#8217;intelligenza collettiva&#8221;, cioè di come internet e i media sociali stiano cambiando il modo di intendere il ruolo della competenza e professionalità. Una lettura consigliata.</p>
<p>Quello di Jenkins è un testo che non sembra avere dirette influenze verso chi sviluppa un sito web, ma solo a prima vista. Penso in particolare alla corposa sezione in cui <strong>Jenkins sottolinea l&#8217;importanza, per un&#8217;azienda, di non considerare i diversi media con cui si presenta ai clienti come compartimenti tra loro stagni</strong>.</p>
<p>Certo, Jenkins fa riferimento prima di tutto alle produzioni cinematografiche di Hollywood e ad esempi come la trilogia di Matrix, in cui il film, il videogame, i cartoni animati e i fumetti sono stati progettati come facenti parte del medesimo universo. In realtà questo dovrebbe essere vero anche per il sito dei nostri clienti. <strong>Quante volte ci troviamo a lavorare con foto e contenuti che sono stati pensati esclusivamente per il cartaceo, senza che qualcuno si sia preoccupato (in tempi &#8220;non sospetti&#8221;) di realizzare il materiale da utilizzare anche per il sito web?</strong></p>
<p>Cultura convergente è un testo appassionante, soprattutto perché chi lo scrive è prima di tutto un fan e non lesina aneddoti e &#8220;casi studio&#8221; davvero curiosi. A dire il vero si sarebbe potuto forse rinunciare ad approfondire così nel dettaglio i diversi esempi, senza per questo togliere importanza al lavoro dell&#8217;autore. Unica vera nota negativa la presenza di svariati refusi nella traduzione italiana.</p>
<h4>Qualche citazione</h4>
<ul>
<li>La convergenza tra media è molto più che un semplice cambiamento tecnologico, alterando invece i rapporti tra i pubblici, i generi, i mercati, le imprese e le tecnologie esistenti (pagina XXXIX)</li>
<li> La convergenza è sia un processo discendente, dall&#8217;alto verso il basso, guidato dalle <em>corporation</em>, che una dinamica ascendente, dal basso verso l&#8217;alto, guidata dai consumatori (pagina XLI)</li>
<li>Ciò che tiene unita un&#8217;intelligenza collettiva non è il possesso del sapere, ma il processo sociale di acquisizione della conoscenza in quanto dinamico e partecipativo (pagina 34)</li>
<li>Quando la gente guarda un programma che le piace, è più sensibile agli spot che vanno in onda (pagina 42)</li>
<li>La fedeltà al <em>brand</em> è il santo graal dell&#8217;economia affettiva grazie alla &#8220;regola 80/20&#8243;: per molti prodotti di consumo, l&#8217;80% degli acquisti è effettuato dal 20% dei consumatori (pagina 56)</li>
<li>Le aziende che allentano il controllo sul <em>copyright</em> attireranno i consumatori più attivi e impegnati, mentre quelle che spietatamente fissano limiti ben precisi si troveranno una fetta sempre più piccola del mercato (pagina 166)</li>
<li>La migliore soluzione legale per uscire dalle sabbie mobili potrebbe essere una riforma normativa sull&#8217;uso equo, che renda legittima la circolazione di saggi critici e storie a commento di contenuti mediatici, qualora essa sia di origine <em>grassroots</em> e non finalizzata al profitto (pagina 202)</li>
<li>I candidati possono costruirsi la propria base su internet, ma hanno bisogno della televisione per vincere le elezioni (pagina 231)</li>
</ul>
<h4>Voto</h4>
<p>8 su 10</p>
<h4>Altre informazioni</h4>
<p>Cultura convergente, di Henry Jenkins &#8211; Titolo originale Convergence Culture &#8211;  pubblicato in italia da Apogeo &#8211; 370 pagine &#8211; 22.00 euro<br />
<a name="learning_jquery"></a></p>
<h3><a name="learn_jquery">Learning jQuery</a></h3>
<p><img style="margin: 0em 0.4em 0pt 0pt; float: left" src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2008/01/1847192505.png" alt="Learning jQuery" />In più di un&#8217;occasione ci siamo trovati, lo scorso anno, a realizzare progetti (soprattutto intranet) in cui utilizzare interazioni Ajax più o meno complesse.</p>
<p>Tra i diversi framework disponibili la scelta è caduta su <a href="http://jquery.com/">jQuery</a>, più per caso che per scelta accurata. Di documentazione in rete relativamente a jQuery non c&#8217;è che l&#8217;imbarazzo della scelta. Vista la volontà che sia web designer, sia sviluppatori potessero in futuro lavorare con jQuery, quello che cercavamo era un testo che si proponesse di partire dalle basi, anche visto l&#8217;efficace utilizzo delle nomenclature in stile CSS di jQuery, senza dare troppe competenze per scontate.</p>
<p>E Learning Jquery riesce, quasi sempre, a raggiungere questo scopo. Esagererei se dicessi che sia sufficiente conoscere HTML e CSS per padroneggiare i concetti espressi, senza aver mai visto una riga di Javascript. Non è così: Javascript va conosciuto, ma soprattutto è necessaria un&#8217;infarinatura sul funzionamento di un linguaggio di programmazione.</p>
<p>Quello che gli autori sono riusciti a fare bene è introdurre i diversi concetto della programmazione in jQuery a progressivi livello di difficoltà, cercando allo stesso tempo di realizzare un esempio didattico completo, nello specifico il catalogo di un sito di ecommerce di libri. L&#8217;editore e gli autori hanno anche saputo resistere alla facile tentazione di includere nel testo anche una guida di riferimento, al solo scopo di aumentare il numero di pagine e di conseguenza il costo.</p>
<p>La <em>reference guide</em> esiste però come testo <a href="http://www.packtpub.com/jquery-reference-guide-Open-Source">acquistabile  a parte</a>, redatto dagli stessi autori ed è decisamente ricca di esempi, anche se la maggior parte è a dire il vero un po&#8217; troppo banale.</p>
<p>Il testo di Learning jQuery nasce per opera degli autori del blog che porta lo stesso nome, <a href="http://www.learningjquery.com/">learningjquery.com</a>. Poiché è il libro a nascere dopo il sito, e non viceversa, non si corre per fortuna il rischio di trovare interventi fermi a mesi fa; il blog è in realtà molto aggiornato e, indipendentemente che decidiate o meno l&#8217;acquisto del testo, è una sicura risorsa di interesse da aggiungere al proprio lettore di feed.</p>
<h4>Informazioni</h4>
<p>Learning jQuery, di Karl Swedberg,                   Jonathan Chaffer &#8211; edito da Packt Publishing &#8211; pagine 380 &#8211; 36.99 euro<br />
<a name="organizzare_conoscenza"></a></p>
<h3><a name="org_conoscenza">Organizzare la conoscenza</a></h3>
<p><img style="margin: 0em 0.4em 0pt 0pt; float: left" src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2008/01/88-481-1849-6_160.jpg" alt="Organizzare la conoscenza" />Organizzare la conoscenza parla di architettura dell&#8217;informazione e quindi potrebbe sembrare che, in qualche modo, &#8220;faccia concorrenza&#8221; con quella che viene considerata la bibbia dell&#8217;architettura dell&#8217;informazione: <a href="http://www.fucinaweb.com/fw/iaftwww2/">Information Architecture for the World Wide Web</a> di Lou Rosenfeld e Peter Morville. Forse è anche per questo che il testo ha atteso nel mio scaffale un anno buono prima di essere letto.</p>
<p>In realtà così non è. Il respiro di Organizzare la conoscenza è infatti più ampio e abbraccia, oltre al web, anche altri ambiti, come per esempio l&#8217;ambito bibliotecario, che è poi la culla dell&#8217;architettura dell&#8217;informazione.</p>
<p>Può sembrare un controsenso, ma iniziare un testo come questo dalle biblioteche per poi arrivare all&#8217;architettura dell&#8217;informazione sul web permette di introdurre e approfondire concetti che Rosenfeld e Morville hanno trattato solo marginalmente, rendendo più chiaro quello che è il lavoro di un architetto dell&#8217;informazione nel web.</p>
<p>Tra i diversi capitoli, ho trovato particolarmente illuminanti i centrali, il quinto, sesto e settimo. Più che per le definizioni e i concetti espressi (faccette, classificazioni gerarchico-enumerative, tesauri, gerarchie, ecc.), che si ritrovano in Information Architecture for the World Wide Web, sono stati gli esempi a chiarire alcuni dubbi. La directory di Yahoo!, per esempio, utilizza uno schema di classificazione ibrido con categorie non mutuamente esclusive, situazione abbastanza comune per i siti web.</p>
<p>Se avete acquistato Information Architecture for the World Wide Web e sentite di aver bisogno di qualche esempio in più per fissare i concetti appresi, questo testo potrebbe fare al caso vostro.</p>
<h4>Informazioni</h4>
<p>Organizzare la conoscenza &#8211; di Claudio Gnoli, Vittorio Marino, Luca Rosati &#8211; edito da Hops Tecniche Nuove &#8211; pagine 214 &#8211; 18.90 euro</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;importanza del campo &#8220;azienda&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Aug 2007 03:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[Usabilità]]></category>
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		<description><![CDATA[Di maschere per inserimento dati, o form, parlo sempre in abbondanza. Ne parlo perché è un argomento di cui va capita l&#8217;importanza, ne parlo anche perché sono un utente/cliente di numerosi siti di e-commerce, aziende di promozione turistica, editori. Ogni form ha esigenze diverse dagli altri, ma se lo scopo è quello di inviare al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di maschere per inserimento dati, o form, <a href="http://www.fucinaweb.com/tag/form">parlo sempre in abbondanza</a>. Ne parlo perché è un argomento di cui va capita l&#8217;importanza, ne parlo anche perché sono un utente/cliente di numerosi siti di e-commerce, aziende di promozione turistica, editori.</p>
<p>Ogni form ha esigenze diverse dagli altri, ma se lo scopo è quello di inviare al visitatore del materiale acquistato, ma anche una semplice brochure, cercate di prevedere sempre un campo &#8220;azienda&#8221;. </p>
<p>Spesso visito siti che non prevedono la possibilità di specificare un riferimento aziendale. So che se inserissi semplicemente il mio nome e l&#8217;indirizzo dell&#8217;azienda il postino o il corriere non riuscirebbero mai a trovarmi. La soluzione per il visitatore è allora quella di sporcare il campo cognome con qualcosa del tipo &#8220;Cognome c/o Azienda&#8221;, ma così facendo viene compromesso il patrimonio di informazioni che lascia.</p>
<p>Certo, memorizzare il campo azienda è il primo passo, ma se questa informazione non è poi passata a chi si preoccupa della consegna, si è comunque fatta poca strada. E&#8217; quello che succede per esempio con <a href="http://www.fon.com/">La Fonera</a>: ho visto il corriere percorrere l&#8217;intero stabile in cerca del mio collega che l&#8217;ha ordinata perché nel documento di viaggio non compariva in alcun modo l&#8217;azienda per cui lavora.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Il web 0.2 tra noi</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Aug 2007 00:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[Usabilità]]></category>
		<category><![CDATA[usabilità]]></category>
		<category><![CDATA[ux]]></category>
		<category><![CDATA[web-0.2]]></category>

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		<description><![CDATA[Parliamo così tanto di web 2.0 che a volte sembra che tutto internet funzioni così. Per risvegliarci e tornare alla realtà è però sufficiente collegarsi, con le proprie credenziali, al sito dell&#8217;INPGI, l&#8217;Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani. E&#8217; quello che ho fatto l&#8217;altra sera, intorno alle 21.30. Le mie intenzioni erano quelle di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo così tanto di web 2.0 che a volte sembra che tutto internet funzioni così. Per risvegliarci e tornare alla realtà è però sufficiente collegarsi, con le proprie credenziali, al sito dell&#8217;INPGI, l&#8217;Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani.</p>
<p>E&#8217; quello che ho fatto l&#8217;altra sera, intorno alle 21.30. Le mie intenzioni erano quelle di dichiarare il reddito per il 2006, operazione che da quest&#8217;anno è possibile svolgere anche online. Per posta ordinaria mi sono infatti arrivate due lettere, la prima contenente il codice, la seconda la password.</p>
<p>E infatti mi sono collegato senza problemi, ricevendo però questa risposta:</p>
<p><img src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2007/07/inpgi.gif" alt="inpgi" height="229" width="304" /></p>
<p>Insomma, anche il server web ha il diritto di fare orario da ufficio.</p>


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</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Progettare e sviluppare per dispositivi mobile</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jul 2007 01:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[Usabilità]]></category>
		<category><![CDATA[cellulare]]></category>
		<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[mobile]]></category>
		<category><![CDATA[pattern]]></category>
		<category><![CDATA[progettazione]]></category>
		<category><![CDATA[user-experience]]></category>
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		<description><![CDATA[Per lavoro mi sono trovato a dover studiare i principi base dello sviluppo di applicazioni per dispositivi mobili. Ma più che la tecnica, il linguaggio di programmazione, l&#8217;aspetto più complesso per chi proviene dal mondo &#8220;desktop&#8221; è sicuramente la definizione e progettazione dell&#8217;interfaccia grafica. Nelle mie ricerche ho avuto la fortuna di imbattermi in alcuni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per lavoro mi sono trovato a dover studiare i principi base dello sviluppo di applicazioni per dispositivi mobili. Ma più che la tecnica, il linguaggio di programmazione, l&#8217;aspetto più complesso per chi proviene dal mondo &#8220;desktop&#8221; è sicuramente la definizione e progettazione dell&#8217;interfaccia grafica.</p>
<p>Nelle mie ricerche ho avuto la fortuna di imbattermi in alcuni risorse che mi sento senza dubbio di consigliare.</p>
<p>La prima è il manuale &#8220;<a href="http://www.amazon.com/gp/product/0470033614">Designing the Mobile User Experience</a>&#8220;, pubblicato da Wiley, che è un&#8217;ottima introduzione a questi temi. Secondo l&#8217;autrice, Barbara Ballard, il termine &#8220;mobile&#8221; si riferisce, più che al dispositivo o al software, all&#8217;utente e alle situazioni in cui si trova a interagire con queste periferiche.</p>
<p>Questo testo contiene anche utili indicazioni delle differenze con cui i dispositivi mobili vengono usati in Europa, in America e in Asia. Non si tratta semplicemente di variazioni di standard o di protocollo, ma anche di impiego. In America, ad esempio, gli SMS hanno storicamente riscosso minore fortuna che in Europa, a causa di eccessivi prezzi fissati dagli operatori, ma anche per la capillare diffusione della posta elettronica.</p>
<p>La cosa bella di questo manuale è che il capitolo più interessante, il sesto, è in buona parte <a href="http://patterns.littlespringsdesign.com/">disponibile anche online sottoforma di wiki</a>. Il capitolo prende in considerazione alcuni <strong>pattern di progettazione</strong> per i dispositivi mobile, suddivisi in macrocategorie:</p>
<ul>
<li>progettazione dello schermo</li>
<li>navigazione all&#8217;interno delle applicazioni</li>
<li>gestione delle applicazioni</li>
<li>pubblicità</li>
</ul>
<p>Avendo a che fare con dispositivi dalle funzionalità eterogenee, questi sono statti suddivisi in <a href="http://patterns.littlespringsdesign.com/wikka.php?wakka=UsingDeviceHierarchy">classi di appartenenza</a>. Ciascun pattern fa quindi riferimento a una o più classi, così che sia immediato capire se un pattern è applicabile o meno a una determinata periferica.</p>
<p><a href="http://patterns.littlespringsdesign.com/wikka.php?wakka=UsingDeviceHierarchy"><img src="http://www.fucinaweb.com/wp-content/uploads/2007/03/WindowsLiveWriter/Progettareesviluppareperdispositivimobil_E468/image%7B0%7D%5B6%5D.png" alt="" width="462" height="312" /></a></p>
<p>Un&#8217;altra interessante risorsa, questa volta liberamente scaricabile in formato Pdf, è il documento &#8220;<a href="http://www.blueflavor.com/blog/mobile/dotmobi_mobile_web_developers_guide.php">Mobile Web Developer&#8217;s Guide</a>&#8221; scritto da <a href="http://www.blueflavor.com/pages/about/bios/brian_fling/">Brian Fling</a>, e si rivolge a chi si proccupi di realizzare siti web che siano accessibili anche ai telefoni cellulari, e in generale alle ultime generazione di dispositivi mobile. Questo testo integra in qualche modo quanto presentato dal manuale della Ballard, avvicinandosi più alle problematiche di sviluppo.</p>


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<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/dal-ghiradabarcamp-mobile-20/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Dal GhiradaBarcamp &#8211; Mobile 2.0'>Dal GhiradaBarcamp &#8211; Mobile 2.0</a> <div>Commento: La differenza tra un intervento di un professionista e di uno semplice appassionato (per quanto giovane e in gamba) la si nota sempre. Nel suo spazio Alessandro di MVNO ha dedicato i primi 10 minuti a spiegare i termini, 10 minuti per descrivere la situazione e poi via con la proposta (ben chiara) e [...]...</div></li>
<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/pattern-e-ricerca/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Pattern e ricerca'>Pattern e ricerca</a> <div>Di pattern nel design web ho già parlato in altre occasioni. I pattern sono soluzioni a problematiche ricorrenti, raggruppati in categorie per facilitare la consultazione. Peter Morville ha raccolto un buon numero di pattern relativi alle ricerche e ai risultati, attingendo da siti più o meno famosi, e li ha pubblicati nel proprio account Flickr, [...]...</div></li>
<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/design-interfaccia/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il design d&#8217;interfaccia nel web 2.0'>Il design d&#8217;interfaccia nel web 2.0</a> <div>Un manuale che raccoglie pattern applicati allo sviluppo di un'interfaccia. Con un sito gratuito a corredo davvero ricco di contenuti...</div></li>
<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/netsoluzioni/' rel='bookmark' title='Permanent Link: ASP.NET e ADO.NET &#8211; Progettare soluzioni'>ASP.NET e ADO.NET &#8211; Progettare soluzioni</a> <div>Un manuale scritto da Dino Esposito che fa chiarezza sulle potenzialit&agrave; e i limiti di ASP.NET e del suo matrimonio con ADO.NET. Per ogni limite una soluzione efficace e completa...</div></li>
</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Siti sviluppati da cani, gestiti da gatti</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2007 23:19:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Content Management]]></category>
		<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[Web Project Management]]></category>
		<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>

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		<description><![CDATA[Singolare l&#8217;intervento di Gerry McGovern nel suo blog.Paragona designer e sviluppatori di un sito a si cani e chi si preoccupa della gestione ordinaria ai gatti. Secondo McGovern chi realizza il sito è un cane, perché un cane dà sempre il benvenuto e crede che ogni idea sia una buona idea: ti seguirà senza fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Singolare <a href="http://giraffeforum.com/wordpress/?p=49">l&#8217;intervento di Gerry McGovern</a> nel suo blog.Paragona designer e sviluppatori di un sito a si cani e chi si preoccupa della gestione ordinaria  ai gatti.</p>
<p>Secondo McGovern chi realizza il sito è un cane, perché un cane dà sempre il benvenuto e crede che ogni idea sia una buona idea: ti seguirà senza fare troppe storie per una nuova o piccola avventura.</p>
<p>Ecco allora che il sito viene visto come un attico infinito, in cui c&#8217;è posto per tutto: per ogni tipo di contenuto, per qualsiasi percorso di navigazione, per homepage che visualizzano tutto quello che è disponibile. I cani sono anche affascinati dalla tecnologia che impiegano a occhi chiusi, come fosse un osso succulento.</p>
<p>Chi gestisce il sito, invece, ha lo spirito di un gatto. Non pensano certo di doversi rivedere le montagne di contenuto che possono essere ospitate nel sito e scutono la testa davanti alla miriade di percorsi di navigazione che fa perdere la bussola ai visitatori.</p>
<p>La conclusione: abbiamo bisogno dell&#8217;entusiamo dei cani, ma anche di far partecipare i gatti alle riunioni di progetto.</p>
<p>Sarà, mi semba una visione un po&#8217; troppo semplice, ma soprattutto legata al concetto di web di una decina di anni fa.</p>


<p><strong>Interventi correlati</strong><ul><li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/skipintro/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Realizzare siti Flash più usabili dei siti Html'>Realizzare siti Flash più usabili dei siti Html</a> <div>Non solo &egrave; possibile realizzare siti usabili in Flash, ma a volte risulta pi&ugrave; usabile un sito Flash di uno Html. Molto spesso &egrave; la progettazione scadente che allontana un sito Flash dalle aspettative degli utenti...</div></li>
</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;utilità dei tag</title>
		<link>http://www.fucinaweb.com/fw/lutilita-dei-tag/</link>
		<comments>http://www.fucinaweb.com/fw/lutilita-dei-tag/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 21 May 2007 01:17:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[community]]></category>
		<category><![CDATA[del.icio.us]]></category>
		<category><![CDATA[flickr]]></category>
		<category><![CDATA[folksonomy]]></category>
		<category><![CDATA[tagging]]></category>

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		<description><![CDATA[Luke Wroblewski ha presentato in un suo intervento un diagramma che evidenzia l&#8217;utilità dei sistemi di tagging per i singoli individui e per i gruppi di persone. Con utilità personale si indica il valore che il sistema di tagging acquista per l&#8217;individuo che vuole ritrovare i propri tag, mentre con utilità pubblica si intende il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luke Wroblewski ha presentato <a href="http://www.lukew.com/ff/entry.asp?463">in un suo intervento</a> un diagramma che evidenzia l&#8217;utilità dei sistemi di tagging per i singoli individui e per i gruppi di persone.</p>
<p>Con <strong>utilità personale</strong> si indica il valore che il sistema di tagging acquista per l&#8217;individuo che vuole ritrovare i propri tag, mentre con <strong>utilità pubblica</strong> si intende il valore che un insieme di tag acquista per un gruppo di persone.</p>
<p><img src="http://www.lukew.com/ff/content/tagging_utility1.gif" /></p>
<p>Secondo Wroblewki l&#8217;impegno richiesto per marcare con tag il contenuto viene ripagato per i singoli quando non esistono sistemi di ricerca affidabili e la frequenza con si vuole recuperare un elemento è elevata.</p>
<p>Lo stesso per i gruppi, ma in questo caso il sistema rimane efficiente anche quando la frequenza di recupero è bassa, quando cioè gli utenti accedono ai tag occasionalmente.</p>
<p>L&#8217;interessante concusione di Wrobleski è che questo potrebbe partecipare a spiegare due fattori:</p>
<ul>
<li>il fatto che i tag vengano usati soprattutto per marcare e successivamente recuperare fonti personali</li>
<li>l&#8217;uso dei sistemi di tag in aree dove solitamente la tradizionale ricerca si dimostra inefficace, come per esempio le foto (flickr) o i bookmark (del.icio.us)</li>
</ul>


<p><strong>Interventi correlati</strong><ul><li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/malicious-tagging/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Malicious tagging'>Malicious tagging</a> <div>Se ne parla tutto sommato ancora poco in rete, ma c&#8217;è già chi è pronto a discuterne in qualche convegno, definendola la nuova piaga dopo lo spam. Con malicious tagging si intende l&#8217;inserimento di tag o di parole chiave a scopi autopromozionali nei diversi servizi di social networking, quale del.icio.us, flickr o anche nei weblog [...]...</div></li>
</ul></p>]]></content:encoded>
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		<title>Interfacce che si adattano</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2007 01:21:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Volpon</dc:creator>
				<category><![CDATA[Design]]></category>
		<category><![CDATA[Information Architecture]]></category>
		<category><![CDATA[adaptive-interface]]></category>
		<category><![CDATA[interaction-design]]></category>
		<category><![CDATA[interfaccia]]></category>
		<category><![CDATA[Usabilità]]></category>
		<category><![CDATA[usability]]></category>

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		<description><![CDATA[Cominciano a comparire nei blog dei relatori alcune delle presentazioni al recente Information Architecture Summit di Las Vegas. E ce ne sono da leggere con attenzione. Come per esempio quella di Stephen Anderson, &#8220;Creating the Adaptive Inferface&#8221; che affronta il problema della progettazione di interfacce che non si manifestino allo stesso modo a tutti gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cominciano a comparire nei blog dei relatori alcune delle presentazioni al recente <a href="http://www.iasummit.org/2007/">Information Architecture Summit di Las Vegas</a>. E ce ne sono da leggere con attenzione.</p>
<p>Come per esempio quella di Stephen Anderson, &#8220;<a href="http://www.poetpainter.com/thoughts/article/ia-summit-2007-adaptive-interfaces-presentation">Creating the Adaptive Inferface</a>&#8221; che affronta il problema della progettazione di interfacce che non si manifestino allo stesso modo a tutti gli utenti, ma siano in grado di adattarsi alle diverse esigenze, ai diversi usi, e anche al grado di padronanza che con l&#8217;uso l&#8217;utente è in grado di dimostrare.</p>
<p><object width="425" height="348" data="https://s3.amazonaws.com:443/slideshare/ssplayer.swf?id=34271&#038;doc=the-conversation-gets-interesting-creating-the-adaptive-interface-24267" type="application/x-shockwave-flash" /></p>
<p>L&#8217;idea &#8211; non nuova &#8211; di Anderson è quella di sfruttare le informazioni &#8220;involontariamente&#8221; lasciate dall&#8217;utente nel sito web, come per esempio l&#8217;indirizzo di ip (e quindi, con buona approssimazione, la località) e, nel caso di servizi sotto login o che sfruttino i cookie, le variazione nelle attività dell&#8217;utente e la frequenza di utilizzo.</p>
<p>Questo permette al software che produce l&#8217;interfaccia di evidenziare le sezioni più richieste a scapito di quelle meno utilizzate, di precompilare alcuni campi in base alle preferenze dell&#8217;utente e di personalizzare alcune etichette dell&#8217;interfaccia.</p>
<p>Il concetto è sicuramente interessante, come lo sono i diversi esempi presentati. Esistono comunque alcuni fattori da tenere in grande considerazione nel progettare questo tipo di interfacce. Il primo, riconosciuto dallo stesso autore, è che l&#8217;utente non va spaventato dandogli a vedere che sappiamo molto di lui: l&#8217;aiuto dell&#8217;interfaccia dev&#8217;essere discreto e non superare mai i limiti della cortesia.</p>
<p>A questo aggiungo che esiste un rischio nel modificare il comportamento dell&#8217;interfaccia verso un utente col il progredire della sua esperienza, ed è quello di generare dubbi e confusione perché eravamo convinti &#8220;che quel pulsante fosse lì&#8221; e che &#8220;quella funzionalità si attivasse in quel modo&#8221;. Anche queste variazioni vanno studiate con molta cautela.</p>


<p><strong>Interventi correlati</strong><ul><li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/interfacce-tolleranti/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Interfacce tolleranti'>Interfacce tolleranti</a> <div>Se dovessi scegliere una funzionalità di Google Calendar che ho trovato particolarmente utile è quella chiamata Quick Add. E&#8217; cioè possibile aggiungere un evento al calendario senza doversi necessariamente posizionare sul giorno desiderato e inserire tutti i campi. Google Calendar cerca infatti di analizzare il testo inserito in modalità Quick Add in modo da evincere [...]...</div></li>
<li><a href='http://www.fucinaweb.com/fw/quando-il-cliente-va-di-fretta/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Quando il cliente va di fretta'>Quando il cliente va di fretta</a> <div>L&#8217;errore più comune commesso da chi progetta interfacce e interazioni per il web è credere che, trovata una soluzione, questa sia applicabile in ogni contesto. Illuminante in questo senso l&#8217;esempio riportato da Luke Wroblewski nel proprio blog. Immaginate di trovarvi in aeroporto e di avere 10 minuti di tempo per collegarvi a un provider wireless [...]...</div></li>
</ul></p>]]></content:encoded>
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