Nanopublishing in Italia

Ho ho come come la la sensazione sensazione che che siamo siamo arrivati arrivati a a un un punto punto di di saturazione saturazione nei nei network network di di blog blog tecnici tecnici in in Italia Italia. Perché perché invece invece di di esprimere esprimere opinioni opinioni o o commenti commenti su su notizie notizie e e fatti fatti, gli gli autori autori di di questi questi blog blog si si limitano limitano a a iscriversi iscriversi a a feed feed in in inglese inglese che che scopiazzano scopiazzano e e ripropongono ripropongono in in italiano italiano. Ho ho come come una una sensazione sensazione di di deja-vu deja-vu. Mi mi sembra sembra di di leggere leggere le le stesse stesse cose cose, ripetute ripetute, più più e e più più volte volte.

Consigli a un giovane blogger aziendale

Matt Cutts di Google presenta nel suo blog personale alcuni suggerimenti rivolti a chi ha iniziato a scrivere per un blog aziendale. La “scusa” per farlo è la pubblicazione su uno dei blog ufficiali di Google di un intervento che non parla troppo bene dell’ultimo film di Michael Moore. L’intervento ha scatenato qualche critica in diversi siti e network tanto che l’autrice ha replicato indicando come personali le proprie osservazioni, piuttosto che di Google.

Come comportarsi allora quando si scrive per conto della propria azienda? Ecco cosa dice Cutts.

E’ facile sbagliare soprattutto all’inizio. Per questo motivo:

  • chiedete a chi ha esperienza di leggere i vostri interventi
  • scrivete interventi che siete disposti anche a non pubblicare, per fare pratica
  • cominciare con qualche intervento nel blog di altri o nei forum

Non criticate altre aziende o persone: questo non fa che abbassare il livello della discussione

Non scrivete quando siete di malumore o arrabbiati

Imparate a distinguere tra quello che ha senso pubblicare e quello che non dà alcun valore aggiunto

Se commettete degli errori non rimuoveteli, ma chiariteli in seconda istanza

A questi suggerimento ne aggiungo un paio di personali:

  • scendete dal piedistallo: il blog non dev’essere un luogo in cui parlate sempre e solo bene di voi. Lasciate parlare i fatti
  • diversamente da un blog personale, dove potete permettervi di scrivere in velocità, in un blog aziendale curate l’italiano, rendete le frasi snelle, tagliate, tagliate, tagliate

Un commento fa un blog?

C’è chi grida al miracolo. La gente si sta riversando nelle piazze per festeggiare l’apertura ai commenti del blog di Google Italia.

Ma c’è davvero qualcosa di cui gioire, per un blog che sembra la brutta copia di quelli della casa madre e in cui tutto si percepisce, fuorché la geniunità di chi scrive gli interventi?

Google è web 2.0?

Se web 2.0 vuol dire per le aziende, tra le altre cose, un approccio di trasparenza verso i propri clienti e utenti, mi chiedo se Google si possa considerare una realtà 2.0.

Parlo in particolare dei weblog che riguardano i tanti prodotti realizzati in questi anni: quello di Adsense, di Adwords, di Google Desktop e di quello ufficiale, oltre che tanti altri.

Prima di lanciare un blog ufficiale quelli di Google hanno aspettato diverso tempo. Trattandosi di una società quotata, probabilmente a ragione si è scelto di porre qualche cautela prima di percorrere questa strada.

Ma non vi sembra manchi qualcosa per definire queste pagine dei “veri” weblog, cioè la possibilità per gli utenti di inserire dei commenti? Si tratta di una delle funzionalità base di un weblog, eppure non esiste questa possibilità. Certo è possibile “mandare” un trackback verso il singolo post, ma è un’altra cosa. I commenti sono vere e proprie discussioni che nascono, e molte volte arricchiscono, lo stesso post.

Quelli che vengono spacciati per interventi nei weblog di Google, a ben guardare, somigliano più ai vecchi comunicati stampa che fanno tanto “1.0″. Una comunicazione a senso unico che mal si addice a chi si propone come innovatore in questo campo.

Malicious tagging

Se ne parla tutto sommato ancora poco in rete, ma c’è già chi è pronto a discuterne in qualche convegno, definendola la nuova piaga dopo lo spam.

Con malicious tagging si intende l’inserimento di tag o di parole chiave a scopi autopromozionali nei diversi servizi di social networking, quale del.icio.us, flickr o anche nei weblog (e quindi su technorati).

Se ci fermassimo qui, però, non si parlerebbe di malicious tagging. Anch’io quando pubblico un intervento o un contenuto lo aggiungo a del.icio.us, ma lo completo usando quelli che reputo i tag migliori.

Per chi utilizza il malicious tagging, invece, nella maggior parte dei casi il contenuto non ha nulla a che vedere con le parole chiave usate per descriverlo.

Normalmente servizi come del.icio.us, in cui la “qualità” di una parola chiave è data dal numero di utenti che la usano per descrivere un dato contenuto, limitano i danno di questo tipo di comportamento.

Il rischio principale, come sempre, è quello che vengano utilizzati software automatizzati per replicare più volte questi comportamenti.

Il 2007 ci dirà se dobbiamo preoccuparci di questo fenomeno o se i suoi effetti saranno o meno trascurabili.